MINISERIE IN 5 PARTI
PARTE I
Centro Sportivo Darsena, Milano. Un impianto notissimo affacciato sul Naviglio Pavese, tra via Ascanio Sforza e via Valenza. Da settimane c’è un via vai di anziani della zona. Strano, perché dentro non c’è un centro ricreativo, non ci sono bocce, non c’è la sala cinema. Solo pista di atletica, palestra, bar e spogliatoi. Eppure di notte mandrie di pensionati entrano dal cancello sull’alzaia ed escono da dietro, in fila indiana, come pellegrini.
Achille Vitalucci queste cose non le sa. Dorme come un sasso, tappi di cera nelle orecchie, sogni pieni e tranquilli. Alla mattina: colazione, giornale sul tablet, caffè al 50% e mezza mela.
La faccenda “anziani” non lo tocca, anche se lui stesso ha superato gli 80, come il suo amico Enrico Lamborghini. Ma loro due sono un altro pianeta. Invecchia prima la carta d’identità di loro.
Enrico è emiliano purosangue: gnocco fritto, tigelle al lardo, parmigiano reggiano. Pioniere del germe di grano dagli anni ’70. Achille è tarantino vero: orecchiette, cime di rapa, ricotta forte, impepata di cozze — quando trova qualcuno che gliela cucina. Altrimenti scatoletta di tonno e fagioli, da vero marine.
La mattinata sull’alzaia viene squarciata dalle sirene. Polizia da ogni direzione. Un palazzo lungo via Vigevano. Sembra un set cinematografico, invece stanno ammanettando dei vecchietti in mezzo alla strada.
Achille chiede alla portinaia: «Ma cosa cavolo sta succedendo?». Gli torna in mente quando, negli anni di piombo, in quella stessa via c’erano stati arresti eccellenti finiti su tutti i giornali.
«È scoppiato un casino» dice lei. «Pare che delle donne giovani, 30-40 anni, siano state molestate da anziani ultraottantenni fuori controllo.»
«Come?!» fa Achille. «In che senso, molestate?»
«Molestate. Sembravano ragazzini pieni di testosterone. Anziani come lei. Volevano accoppiarsi in mezzo alla strada.»
Achille decide di andare a vedere di persona. Tutto quello che succede nel suo quartiere lo riguarda. È casa sua.
La via è nel caos: lampeggianti della Polizia, auto dei Carabinieri, Guardia di Finanza, e soprattutto un furgone della Scientifica con dentro sette-otto anziani ammanettati. Tutti mogi, spenti. Probabilmente calmati a manganellate. A qualcuno è andata peggio: il taser lo ha steso.
Achille trova il maresciallo Santoro, che conosce bene.
«Maresciallo, ma cosa è successo, sembra di stare dentro una serie tv.»
«Buongiorno Vitalucci. Guardi, una roba incredibile. Questa gente era… assetata. Tutti tra gli 80 e i 90 anni. Stalkeravano tre-quattro donne giovani del palazzo. All’inizio solo messaggi, poi rose rosse, inviti al cinema, e poi si sono presentati sotto casa delle vittime cercando di avere rapporti in strada.»
«Madonna santa.» Achille sgrana gli occhi. «Capisco la pillola blu, ma a 85 anni pensare di conquistare una trentenne mi sembra fantascienza.»
Santoro: «Qui nessuno prendeva pillole. E le persone coinvolte sono descritte da chi le conosce come tranquille, pacate. Niente di strano, a parte…»
«A parte cosa?»
«Da qualche mese questi anziani si sono messi ad allenarsi qui vicino come forsennati. Corrono lungo l’alzaia, si appendono alle strutture, fanno plank infiniti, HIIT, recuperi attivi. Roba da centro sportivo professionistico.»
«Cioè oltre a bocce, carte e Netflix, si allenano come atleti olimpici?» dice Achille.
«Esatto. Come se dovessero prepararsi per le Olimpiadi. E la cosa strana è che nessuno di loro ha mai fatto sport in vita sua.»
Un bel mistero.
Achille chiama subito Enrico Lamborghini e lo aggiorna: le notti al Centro Sportivo Darsena che sembrano un festival, e i raptus degli anziani-stalker di via Vigevano. Provano a collegare i puntini.
C’è un filo tra le notti al centro sportivo e le follie di quella palazzina? Sembra proprio di sì.
Mentre parlano, sull’alzaia, uno di questi vecchietti — sui 90 anni — sfreccia accanto a Achille a una velocità pazzesca. Passo da 4’ al chilometro. Roba da elite runner. Achille resta di sasso.
Sia lui che Enrico hanno fisici sopra la media per la loro età, e si pongono la stessa domanda: come fa un vecchietto magro e canuto a correre come un centometrista?
Se la situazione degenera, in zona Darsena scoppia un problema serio: due, tre casi al giorno di molestie a giovani donne. Una crescita esponenziale. E prima o poi, tirando la corda, si arriva allo stupro.
Inevitabile che Achille e il suo amico decidano di fare quello che sanno fare meglio: infiltrarsi e scoprire cosa succede di notte al Centro Sportivo Darsena. Sono perfetti per l’età. Decidono il piano e si preparano per presentarsi quella sera stessa all’accettazione.
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PARTE II
Quella notte Achille e Enrico si presentano all’ingresso. Ci sono almeno un centinaio di persone tra i 75 e i 95 anni, in fila come per un concerto.
All’entrata, un omone controlla le carte d’identità; accanto, un tipo mingherlino con gli occhiali verifica le credenziali su un tablet. Devono essere tutti residenti nel raggio di pochi isolati. Sembra un casting a inviti.
Dentro, la luna illumina la pista d’atletica vuota e gli spalti deserti. Palestra al buio. I selezionati vengono parcheggiati in una sala d’attesa, stile pronto soccorso. La macchinetta del caffè lavora a pieno regime, litri di caffeina e bottigliette d’acqua a raffica.
A un certo punto l’omone chiude la porta. Chi è dentro è dentro. Chi è rimasto fuori, pazienza.
Si presenta con un accento marcatamente straniero: «Avete tutti un numero. Sarete chiamati per la visita dal Dottor Bosch.»
Uno dal pubblico chiede: «Scusi, ma è vero quello che si dice si faccia qui dentro?»
L’omone: «Pazienza, lo scoprirà se ha le caratteristiche giuste. Non funziona con tutti.»
I minuti passano lenti. La gente entra da una porta con la targa DR. BOSCH e non si vede più uscire dalla stessa parte — deve esserci un’uscita secondaria.
Achille e Enrico sono i numeri 102 e 103. Sono arrivati all’80.
«Hai capito cosa fanno là dentro?» dice Achille. «Io sì.»
Enrico annuisce: «Li dopano. Altro che Viagra.»
«Il punto è che il Viagra è un effetto temporaneo. Questi si allenano come se avessero tolto cinquant’anni di colpo. Li hai visti alle sbarre? Non fanno dieci trazioni, ne fanno cinquanta. Uno sull’alzaia ha fatto duecentocinquanta piegamenti di fila. Io e te ne facciamo quaranta, e con fatica.»
«Lo so. Sembra che li stiano trasformando dall’interno.»
Arriva il turno di Achille.
Viene accompagnato nello studio del Dr. Bosch. Figura imponente, tratti nordici, capelli bianco-grigio ghiaccio, quasi un metro e novanta, occhi azzurro acciaio.
«Buonasera. Come si chiama?»
«Achille Vitalucci. Sono della zona.»
«Le hanno spiegato i suoi coetanei cosa succede qui?»
«Non esattamente. Ma guardandosi intorno si intuisce.»
«Allora le spiego io» inizia il dottore.
«Questo è il Progetto PROMETEO. Siamo alla fase finale di una ricerca decennale: dotare ogni uomo di forza e virilità fuori scala fino ai cent’anni. Si parte dal suo DNA. Con un procedimento di ricostruzione a ritroso, isoliamo le molecole di testosterone ancora presenti nel corpo e le riportiamo ai livelli che aveva tra i 14 e i 20 anni. Se il soggetto conserva questa “memoria genetica”, possiamo riattivarla con il nostro vettore virale. Gli effetti sono quelli che vede intorno a lei.»
Una spiegazione lucidissima.
«Effetti collaterali?» chiede Achille.
«Nessuno, all’apparenza. Il soggetto ritrova tutto quello che aveva a 14-20 anni. Anche gli impulsi. L’unico dettaglio tecnico: in alcuni casi, dopo un mese, l’effetto svanisce da solo e si torna come prima.»
«Nel frattempo, però, in zona sono aumentati i casi di molestie sessuali» dice Achille, con un sorriso appena accennato.
«Non possiamo controllare la vita privata dei nostri pazienti. Un anziano con un fisico simile può fare qualsiasi cosa. Un paio di loro sono partiti per la Patagonia in bici. Lei sarebbe interessato al trattamento?»
«No, grazie. Preferisco le mie prestazioni naturali.»
«Peccato. Buonasera, avanti il prossimo.»
Enrico la pensa allo stesso modo. Il colloquio va identico.
Il sedicente dottore ha omesso due dettagli. Entrambi pesanti.
Il primo: il costo dell’operazione corrisponde al 50% della pensione, e in caso di decesso scatta una clausola di reversibilità del 50% direttamente su un conto intestato a una società di comodo con sede offshore. Niente ai familiari, niente al coniuge. Il Dottor Bosch e la sua organizzazione incassano tutto in caso di morte, metà se il paziente resta in vita.
Il secondo: il vero effetto collaterale. A parte qualche caso in cui l’effetto svanisce da solo senza conseguenze, una percentuale altissima di pazienti va fuori di testa. Prima perdi i soldi, poi la lucidità. Reparto psichiatrico, casa di cura, o peggio.
Un affare pazzesco per l’organizzazione. Per gli anziani, un bidone in piena regola.
Ha già operato in mezza Europa con risultati record. Da una ricerca online, Achille e Enrico scoprono che ormai oltre 4 milioni di persone sono state reclutate nelle principali città europee, e oltre 2 milioni in Cina. Un fatturato da multinazionale. Non è scienza, è business puro.
Ed è preoccupante che si siano accampati proprio nel loro quartiere. Casa loro.
I vecchi, pur di tornare giovani, firmano liberatorie che sono veri contratti di cessione: 50% della pensione ceduto. Truffe legalizzate. Avere energia per fare sport ad alto livello, e — diciamolo — vivere una seconda giovinezza, è un’esperienza che nessuno vuole lasciarsi scappare a quell’età.
Achille e Enrico decidono di andare a cercare prove concrete per farli arrestare. Fino a quel momento hanno solo ipotesi, per quanto fondate.
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PARTE III
L’obiettivo della notte è entrare al Centro Sportivo Darsena e recuperare dal server le prove di quella che è a tutti gli effetti una frode globale contro gli anziani del mondo.
Da fuori il centro non sembra blindato come uno stadio, ma ci sono microcamere nascoste sotto i lampioni dell’alzaia, quasi invisibili.
Scavalcano il muro di cinta e raggiungono il centro servizi. Tutto spento, apparentemente deserto. Entrano. I due, oltre alle doti fisiche, sono ferrati in informatica — più di molti ragazzi. Accendono un pc, entrano nel server. C’è tutto quello che serve.
Achille infila una chiavetta USB — la teneva in uno dei taschini del gilet multitasca, proprio accanto al giubbotto salvagente compresso — e inizia a scaricare i dati. Si accendono di colpo tutte le luci. Compare l’omone del colloquio, con altri due energumeni. Tre in totale.
Niente paura, ma in pochi secondi la stanza diventa un ring. Achille e Enrico, esperti anche di lotta libera, riescono a divincolarsi e a scappare lungo un corridoio, inseguiti da tre bestioni goffi ma pericolosi.
Sono quasi all’uscita quando venti anziani-zombie, praticamente irrorati dal trattamento, gli sbarrano la strada. Forti, aggressivi, spietati. Scoppia una zuffa furibonda. Due contro venti più tre gorilla: non c’è partita.
Si ritrovano legati nello studio del Dr. Bosch. Furioso.
«Eccoli i due eroi. Cosa avevate in mente?»
«Voi truffate gli anziani in tutto il mondo» dice Enrico.
«Non vi vergognate?» aggiunge Achille.
«Ovviamente non capite niente» risponde Bosch. «Non capite il progetto. Diamo a queste persone una nuova vita.»
«Sì, prendendovi il 50% della pensione, con clausola post mortem che vi porta via tutto il resto» dice Achille.
«Vivono una vita nuova. Non avete idea cosa significhi, a 80 anni, sentire il sangue scorrere come a 20. E c’è un obiettivo più grande di quanto immaginiate: riprendere il controllo su ciò che la natura ci ha tolto.»
Il pensiero che lo anima è freddo, quasi fanatico. Un uomo convinto di essere dalla parte giusta della storia, e proprio per questo pericolosissimo.
«Ora servirete da esempio per chiunque voglia opporsi. Portateli via!» ordina ai tre energumeni.
Vengono buttati in una cantina buia, umida, puzzolente. Con la torcia del coltellino svizzero — unico oggetto scampato alla perquisizione, i cellulari sono spariti — vedono frammenti d’osso sparsi sul pavimento.
Una finestrella di un metro per un metro non lascia scampo: c’è una grata che solo un culturista potrebbe strappare via.
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PARTE IV
«Ci lasceranno morire qui, o ci giustizieranno» dice Enrico.
«Fammi pensare. Hai scaricato abbastanza dati sulla chiavetta?»
«Sì. Bastano per incastrarli.»
Ma come uscire?
Passano dieci minuti. Una figura si avvicina nell’ombra. È Robertone, amico storico, uno che ha fatto il trattamento.
«Psst… Achille… psst.»
«Robertone! Ma che ci fai qui?»
«Ho fatto il trattamento PROMETEO. Vi ho visti portare via svenuti. Sento una forza pazzesca addosso, ma non so quanto durerà. E vivere con metà pensione è un incubo. Non riesco più a fare la spesa al supermercato, devo andare nei discount o rovistare nei cassonetti. È una truffa, ormai lo so. Ma vi aiuto a scappare. Per me è quasi finita.»
Forse una speranza c’è.
Robertone abita a due passi dal centro e in quel momento ha una forza quasi sovrumana. Basterebbe lui per farli evadere e mettere fine alla truffa più grande mai fatta ai danni dei pensionati.
Robertone, senza sforzo, scardina la porta della cantina.
«E adesso?» chiede Enrico.
Il corridoio principale è presidiato. L’unica via percorribile senza incrociare le guardie passa da un locale tecnico che affaccia direttamente sull’Alzaia Naviglio Pavese, a livello dell’acqua — il centro, costruito a ridosso del canale, ha una porticina di servizio che si apre proprio sul pelo dell’acqua, usata un tempo per la manutenzione delle chiuse.
«Il canale» dice Achille. «Se usciamo da lì, li aggiriamo tutti.»
«E come attraversiamo? L’acqua a quest’ora è gelida, e in tre non arriveremo lontano a nuoto» dice Robertone.
Achille sorride, e per la prima volta in ottant’anni qualcuno smette di prenderlo in giro per quella sua abitudine. Apre il gilet multitasca ed estrae il giubbotto salvagente compresso, quello che si porta dietro da quando ha lasciato i Marines, quello di cui Enrico si è preso gioco per trent’anni.
«Adesso capisci perché me lo porto sempre dietro» dice Achille, tirando la levetta del gonfiaggio a CO2.
Il giubbotto si apre in un secondo. Non basta per tre persone, ma basta per tenere a galla la chiavetta USB, il coltellino e il poco fiato che serve per attraversare i pochi metri di canale fino all’alzaia opposta, lontano dagli occhi delle guardie appostate all’ingresso principale.
Uno alla volta, aggrappati al giubbotto, scivolano nell’acqua scura del Naviglio e raggiungono la sponda opposta, fradici e infreddoliti ma vivi, con le prove ancora intatte.
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PARTE V
Bagnati fino al midollo, si acquattano dietro le auto in sosta lungo l’alzaia. Da lì la strada per il portone principale è libera — ma non è quella che serve.
Enrico ricorda una cosa vista durante la fuga precedente, nei corridoi: chi va al colloquio entra nello studio del Dr. Bosch ma non si vede più uscire dalla porta principale. Deve esserci un’uscita secondaria. E ricorda una porta blu elettrico, sul retro.
«Achille, forse ho capito da dove escono i trattati. Dalla porta blu.»
«La porta blu?»
«Sì, quella vista durante la fuga. Gli anziani escono da lì dopo il trattamento. Non dalla porta principale.»
«Hai ragione, dev’essere così. E da lì, in campo aperto, possiamo lanciare il razzo.»
A Achille torna in mente il razzo segnalatore che tiene nascosto nel calzino — di quelli usati per segnalare la posizione in mare aperto. Ma serve trovarsi all’aperto per lanciarlo, lontano da tettoie e alberi.
Il piano è pronto: raggiungere la porta blu, uscire sul campo, lanciare il razzo SOS, sperare che il maresciallo Santoro lo veda.
Anche Robertone vuole scappare con loro, sperando forse di trovare una cura, pur sapendo che non esiste antidoto al Progetto PROMETEO.
Arrivano alla porta blu e la spalancano con forza.
Non è una bella sorpresa. Davanti a loro c’è Eugene, fratello di Robertone e cognato di Achille, e non ha nessuna intenzione di spostarsi.
Eugene ha ricevuto una doppia dose del trattamento, cedendo l’80% della sua pensione. La doppia razione ha amplificato tutto: massa muscolare aumentata del 70%, schiena e gambe raddrizzate, ossa più dense, muscoli iper-irrorati. Sembra un culturista professionista. Ma sotto la pelle tesa, le vene del collo pulsano troppo forte, in un ritmo che non sembra normale.
Robertone resta di sasso: «Ma… Eugene. Cosa hai fatto?»
«Cosa ho fatto? Non mi vedi?» I muscoli guizzano sotto una camicia aperta.
«Sì, ti vedo, ma per arrivare così hai preso la doppia dose!»
«Sì. E allora?»
«Allora hai solo trecento giorni di vita in quelle condizioni. Lo sai, vero? Il cuore non regge un carico così.»
«Lo so, Rob. Sono al centonovantanovesimo giorno. Da mezzanotte si entra nel duecentesimo. Ma intanto nessuno mi ferma.» Gli occhi di Eugene sono lucidi, iniettati, fuori controllo.
«Sei pazzo» dice Achille. «Fatti da parte.»
«Non vi lascio passare. Il dottore mi ha detto cosa fare se qualcuno arrivava a questa porta.» La voce di Eugene si è fatta metallica, quasi non sua. «Mi dispiace per te, Rob. Per gli altri due no.»
Non c’è più tempo per parlare.
Robertone si lancia per primo, cercando di bloccare le braccia del fratello. Per un attimo tiene, i due corpi enormi incastrati in una morsa che fa scricchiolare la porta accanto a loro. Ma Eugene lo scaraventa via con una spinta sola, come si scrolla di dosso un cappotto bagnato. Robertone finisce contro la parete, senza fiato.
Achille e Enrico si dividono, tentando di aggirarlo lateralmente verso il varco. Eugene è più lento di quanto la sua stazza lasci pensare — la massa in eccesso lo rende potente ma rigido — e questo è l’unico vantaggio che hanno. Enrico tenta un passaggio a sinistra: un braccio di Eugene lo agguanta per la giacca e lo solleva da terra come un sacco.
«Enrico!» grida Achille, e si getta contro il gomito di Eugene con tutto il peso che ha, colpendo il nervo dietro l’articolazione — una mossa vecchia di cinquant’anni, imparata da marine, mai dimenticata. Eugene urla e molla la presa. Enrico cade, rotola, si rialza tossendo.
Ma Eugene non si ferma. Si volta verso Achille con un ringhio che non ha più niente di umano, il petto che si gonfia e si sgonfia a un ritmo impazzito. Alza un braccio per colpire.
Il colpo non arriva.
Eugene si blocca a metà movimento. Il braccio resta sospeso in aria, poi ricade di scatto. Una smorfia gli attraversa il viso — non di rabbia, questa volta, ma di dolore. Si porta una mano al petto. Barcolla.
«Il cuore…» sussurra. «Non… non lo sento più battere giusto.»
«Eugene!» Robertone si rialza, si trascina verso di lui.
«Il duecentesimo giorno…» sussurra Eugene, il respiro che si spezza in colpi brevi e violenti mentre cade in ginocchio. «Proprio stanotte… tra il centonovantanovesimo e il duecentesimo… non pensavo fosse davvero stanotte…»
Achille vorrebbe fare qualcosa, ma non c’è niente da fare. Il corpo di Eugene, spinto oltre ogni limite dalla dose doppia e dallo sforzo della lotta, sta cedendo dall’interno proprio sulla soglia che lui stesso aveva calcolato — la notte di passaggio tra il centonovantanovesimo e il duecentesimo giorno — tutto in una volta, come una diga che si spacca dopo mesi di crepe nascoste.
Robertone gli si inginocchia accanto, gli tiene la testa. «Sono qui, Eugene. Sono qui.»
Il fratello lo guarda, per un istante è di nuovo lui — non il gigante furioso, solo un uomo di ottant’anni spaventato. Poi gli occhi si spengono e il corpo si abbandona a terra.
Nessuno dice niente per un lungo momento.
Poi Achille posa una mano sulla spalla di Robertone. «Dobbiamo andare. Per lui non possiamo più fare nulla. Per gli altri, sì.»
Robertone annuisce, senza parlare, e si rialza.
Ora possono correre sul campo aperto e sparare il razzo in aria.
Il quartiere deve tanto a Achille Vitalucci & friends. Soprattutto i pensionati che, pur senza più le performance da superuomo, possono continuare la loro vita da… vivi.
Santoro e la sua squadra arrivano in dieci minuti. Il centro viene messo sotto sequestro, arresti a tappeto. Anche i tre energumeni.
Il Dottor Bosch riesce quasi a scappare. Enrico, con lo sguardo di un falco, nota una figura in divisa da Carabiniere che si allontana in modo furtivo dalla scena.
Scatta in avanti e lo placca in stile rugby. È proprio lui. Bosch aveva previsto quasi tutto: teneva nell’armadio una divisa da Carabiniere, baffi finti, occhiali scuri, pronti per la fuga. Stavolta il piano B è fallito.
Si dimena urlando frasi incomprensibili in una lingua straniera. Il suo progetto globale è saltato. Grazie a Achille, Enrico e Robertone, le forze dell’ordine di mezzo mondo sono già al lavoro per salvare gli altri pensionati coinvolti. Lui finisce in carcere. L’estradizione è solo questione di tempo.
I Navigli sono salvi. E tutti possono tornare alle loro vite — vive.
FINE
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